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METODI DI PESCA ALL'ANGUILLA
PRATICATI A ISOLABONA NEL '900

di Paolo Veziano

VÀREGU - Sulle assolate e aride colline che dominano Camporosso, in particolare nelle regioni di Ciaixe e Giuncheo, e anche sul versante che domina la val Roja, nella zona di Brunetti e Verrandi, cresce spontaneamente ed è abbastanza diffuso un piccolo arbusto a foglia caduca, si tratta della Daphne Gnidium, meglio conosciuto con il termine dialettale di Vàregu. Della pianta viene utilizzata la radice che può misurare anche più di un metro di lunghezza; l’estrazione della stessa, eseguita mediante scavo, risulta assai laboriosa a causa delle caratteristiche del terreno che si presenta, in quelle zone, assai compatto e pietroso. Le radici estratte vengono tagliate a pezzi di circa 20 cm di lunghezza, poi battute con un martello fino a sfibrarle, in questa fase è necessario proteggere le mani e le braccia dal contatto con il succo delle radici, in quanto altamente urticante. Questo tipo di pesca si pratica essenzialmente in estate quando la temperatura dell’acqua è anch’essa piuttosto elevata e nelle settimane di luna calante, (nelle fasi di luna crescente il vàregu non sortisce alcun effetto, in quanto scivola sull’acqua senza depositarsi sul fondo).
Il giorno prescelto i sacchi contenenti le radici vengono trasportati al fiume, qui inizia la prima fase, ovvero, il pestaggio con i piedi da parte dei pescatori che si alternano in questa operazione la quale può durare anche per ore. Il vàregu viene pestato in acqua corrente, in modo da diffondersi rapidamente, le radici rilasciano un succo di colore bianco lattiginoso; anche in questa fase è opportuno difendersi dagli sgraditi effetti urticanti. Non è noto l’effetto reale che questa sostanza ha sull’anguilla, si dice che “faccia bruciare la pelle”, in ogni caso dopo un’ora o dopo molte ore, in base alla quantità di radici impiegate, i pesci e le anguille escono dai loro nascondigli e in molti casi muoiono. Inizia allora la cattura che avviene mediante l’utilizzo di una lunga pinza dentellata detta tesuie (vedi foto), per evitare che le anguille fuggano ai primi effetti della sostanza, i pescatori provvedono preventivamente a sbarrare il fiume con reti, oppure pietre e rami. Esiste la possibilità di riutilizzare il varegu, in questo caso è sufficiente coprire con letame i sacchi con le radici e mantenerli continuamente umidi per circa trenta giorni. Pesca assai redditizia ma altamente distruttiva che storicamente veniva praticata in modo oculato, oggi questa pratica è caduta in disuso.

SECÄGNA- Questo tipo di pesca presuppone l’utilizzo di una sostanza detta ”estratto di tabacco”, un antiparassitario assai diffuso prodotto dal Monopolio di Stato fino agli anni ’70 che era venduto normalmente nelle tabaccherie, in contenitori di latta da uno, cinque o venticinque litri. Questa pratica prevede obbligatoriamente di mettere in secca una parte di fiume, (si sceglie una biforcazione), normalmente quella più elevata, deviandone il corso mediante uno sbarramento costituito da: pietre, zolle di terra erba ecc. Quando l’acqua è completamente defluita dalla parte messa in secca, dopo aver verificato la tenuta della diga, si distribuisce il “tabacco” utilizzando come veicolo la residua acqua corrente, (sempre con luna calante). Dopo un po’ di tempo (anche in questo caso dipende dalla temperatura dell’acqua), le anguille vengono allo scoperto così come i pesci e vengono catturate con ausilio delle tesuie (vedi foto).
Un’altra pratica, in verità poco diffusa, consisteva nell’utilizzare il “tabacco” per mezzo di una pompa manuale adoperata normalmente per distribuire in agricoltura prodotti a base di rame, che consentiva di raggiungere agevolmente le radici dei giunchi (sagne). Questa pesca si svolgeva con modalità analoghe a quelle della secagna.

CÙCURA- Pratica poco diffusa che necessita di una preparazione laboriosa. Si utilizza un buon numero di vermi di grosse dimensioni preventivamente essiccati e piccole noci (Strychnos Nux-Vomica) contenenti il principio attivo della stricnina, meglio conosciute con il termine dialettale di “cùcura”.
In un vaso si depongono strati alternati di vermi e di polvere di “cucura”, e si colma il recipiente con alcol oppure grappa; questo consente di far assorbire il veleno ai vermi. In genere verso sera, i vermi vengono gettati nei laghi: il mattino seguente le anguille che hanno inghiottito il boccone avvelenato giacciono morte sul fondale, (pare che l’effetto della stricnina scompaia dopo alcune ore). In base alla stagione, il recupero delle anguille si presenta assai laborioso, per cui anche in questo caso erano preferiti i mesi estivi.

FURSINA - Una delle pratiche più semplici ma che presuppone notevoli doti intuitive, grandi riflessi e un buon allenamento. Si utilizza una forchetta da tavola piuttosto spessa (quelle di una volta), appiattita e cui vengono limate le estremità in modo da renderla del tutto simile alla fiocina. Nei mesi estivi, si sceglie una zona dove il fiume si allarga e, di conseguenza, l’acqua è piuttosto bassa e calma. Si risale il fiume evitando così di rendere l’acqua torbida e si sollevano con le mani le pietre che potrebbero rivelarsi nascondigli per le anguille. L’abilità del pescatore consiste nell’anticipare la fuga dell’anguilla che rimane solo pochi istanti allo scoperto, dopo il diradamento della “nuvoletta” di polvere creata dal sollevamento della pietra. Pesca largamente diffusa, vero apprendistato per la pesca con le “frusciale”.

FRESCIALE - Sistema di pesca attualmente ancora in uso. I pescatori devono essere necessariamente tre: il primo porta il sacco, il secondo la lampada, il terzo pesca con le “tesuie”. Le modalità e caratteristiche di pesca sono simili a quella con la “fursina”. In questo caso non si sollevano le pietre ma si scandaglia il greto del fiume (sono preferibili le acque basse e calme), mediante l’utilizzo della lampada, un tempo alimentata a carburo. Pesca che richiede doti di abilità nell’utilizzo delle “tesuie” e un occhio ben allenato.

MÄSSA/PARFARU - Pratica un tempo abbastanza diffusa che si può svolgere, con le dovute cautele anche nei mesi invernali. I due attrezzi consentono di pescare in modi sostanzialmente diversi; con la mazza si colpiscono violentemente i massi emergenti, anguilla stordita, soprattutto in inverno tende a uscire lentamente dalla tana e viene catturata con le “tesuie”. Il secondo metodo si avvale del palanchino e consiste nello smuovere energicamente grossi massi, le modalità di cattura sono le stesse.

CURDÄE - Pesca abbastanza semplice e ancora in uso. Si utilizza una lunga lenza in nylon munita di piombo e un amo innescato con vermi, lumache o altre esche. Le lenze vengono distribuite la sera lungo il fiume dopo una preventiva ricognizione visiva, e ancorate a pietre o tronchi d’albero reperiti sui bordi. Il mattino seguente si provvede al recupero delle lenze. L’abilità consiste nel predisporre le lenze in modo da evitare che le anguille raggiungano il loro nascondiglio (engravarse), creando così numerosi problemi al momento della cattura.

MASSÄME - Unico tra tutte le tipologie di pesca elencate ad essere legale. Si utilizza una canna di circa due metri di lunghezza, alla lenza di buona consistenza si fissa un grosso piombo, l’esca è costituita da un ammasso di vermi della dimensione di un pugno chiuso. Il massäme si ottiene infilando i vermi mediante un ago in un filo da sartoria piuttosto resistente. Questa pesca si pratica in prevalenza durante le piene estive o autunnali con condizioni di acqua torbida; sono preferibili piccole anse riparate dalla corrente dove l’anguilla si ripara o viene attirata dall’intenso odore dell’esca. L’anguilla munita di denti piuttosto fini e ravvicinati rimane impigliata al filo dopo aver abboccato; l’abilità del pescatore consiste nel depositare con movimenti precisi la preda in un ombrello sistemato ai suoi piedi.



tesuie

Le tesuie per le anguille
(foto Alberto Cane)

 

varegu

La pianta del Vàregu
Daphne Gnidiun

(disegno di
Libereso Guglielmi per LA GAZZETTA DI ISOLABONA)

 

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